Terza Università torna in presenza!

Care socie e cari soci,

vi speriamo in salute e magari in qualche amena località marittima o montana…

Abbiamo appena mandato in stampa il nostro prezioso libretto, simbolo della nostra presenza sul territorio e ne siamo molto felici perché è il primo passo verso il nostro ritorno, la nostra “rinascita”.

Dopo più di un anno di sospensione delle attività in presenza da ottobre si ricomincia davvero presentando corsi interrotti, corsi progettati e non realizzati e tante novità su argomenti interessanti. Riprendiamo però con la massima precauzione: tutti – docenti, tutor, corsisti – dovranno essere vaccinati, chi non lo è non potrà prendere parte alle attività. Il rispetto delle norme anti-pandemia ci obbligherà ad adeguare il numero dei partecipanti alla capienza di ogni luogo e ad avere ulteriori accortezze.

Nonostante le difficoltà, abbiamo voluto iniziare il 28° anno di Tu, come nella tradizione, con una festa in cui verranno presentati i nuovi programmi e sarà possibile rinnovare la tessera o iscriversi all’associazione. Si terrà il pomeriggio del 16 settembre, staremo rigorosamente all’aperto (tempo permettendo): sarà molto bello ritrovarsi – anche se distanziati e con mascherina (e vaccinati!).

Non appena avremo la conferma del luogo e degli orari della festa ve li comunicheremo tempestivamente.

Già dai primi di settembre, previo appuntamento telefonico, è possibile rinnovare la tessera o iscriversi a T.u. presso i nostri uffici di via Garibaldi 3 a Bergamo (il costo del rinnovo o l’iscrizione all’associazione è di 10 euro). Ricordiamo inoltre che online è GIA’ possibile effettuare il rinnovo o l’iscrizione e suggeriamo caldamente questa opzione.

Intanto vogliamo incuriosirvi mostrandovi in anteprima l’immagine di copertina che abbiamo scelto per questo nuovo libretto:

Si tratta di “I pesci rossi” di Henri Matisse, 1912. Il gioco di colori e di forme ci ha subito ispirato una certa allegria, di cui noi tutti abbiamo gran bisogno.
Pesci rossi, però, è anche il titolo di una raccolta di brevi testi e appunti, opera di uno dei maggiori critici italiani del Novecento, Emilio Cecchi. Lo scrittore, in occasione di una mostra, aveva avuto modo di ammirare “I pesci rossi” di Matisse a cui in seguito dedicò un articolo, suscitando interesse e curiosità. Proprio con questo scritto, una riflessione sugli abitanti dei laghi orientali dalla inquietante natura bifronte, si apre questa raccolta:

«I pesci rossi nella palla di vetro nuotavano con uno slancio, un gusto di inflessioni del loro corpo sodo, una varietà d’accostamenti a pinne tese, come se venissero liberi per un grande spazio. Erano prigionieri. Ma s’erano portati dietro in prigione l’infinito. Il più straordinario però era questo: soltanto visti di profilo eran pesci veri e propri. A parte la gradevole pazzia del loro colore, visti di profilo erano assolutamente pesci soliti, di forma familiare, come i pesci del miracolo dei sette pani, o come quelli che ognuno la domenica può tirar su da un argine con l’amo o con la rete. Quando davano un colpo di coda, un guizzo e si mettevano di fronte, la cosa cambiava. La loro faccia dalla grande bocca arcuata diventava sotto la fronte montuosa una maschera rossa di malinconia impersonale e disumana. Posata ai lati sulle branchie, come su un motivo di decorazione, pareva resa anche più astratta dalla fissità dei grandi occhi neri cerchiati doro».

Il noto biblista Gianfranco Ravasi fece una riflessione ispirata a questo saggio di Emilio Cecchi che risulta quantomai attuale, nonostante sia stata pubblicata su Avvenire nell’agosto del lontano 2011. Ci pare interessante, dunque, condividerla con voi:

In una fiera di paese, nel territorio ove sono in vacanza, a sorpresa trovo ancora in vendita o come premio di non so quale gara alcune bocce con pesciolini rossi. Non so quanto sia legittimo questo commercio, ma per me — e penso per non pochi lettori — è come una ventata che mi porta i profumi e i colori del passato, quando pullulavano questi mini-acquari che si ottenevano qualora si fosse stati capaci di inserirvi con un lancio a distanza una pallina da ping pong. Ho così cercato il romanzo di uno scrittore ormai dimenticato, Emilio Cecchi, intitolato appunto Pesci Rossi (1920), e ne ho proposto proprio l’inizio che contiene una riflessione acuta.
Quei pesciolini si muovono con eleganza anche in questo piccolo spazio, quasi fossero nell’immenso oceano. Sono, in realtà, prigionieri; eppure essi hanno portato con sé il respiro del mare, delle distese infinite, e i loro arabeschi di nuoto sono come la memoria di quella libertà che è rimasta attaccata a loro, anzi, dentro di loro. È facile sciogliere la metafora. Si può essere condannati su una sedia a rotelle, oppure votati a un’esistenza monotona e ristretta, o persino relegati in una cella, ma l’anima può librarsi oltre, nello spazio infinito del cielo, nella cavalcata della fantasia, nel volo verso altri orizzonti che la lettura o il pensiero rende possibile. La reclusione è prima di tutto una questione dello spirito, come lo è la libertà.

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