Interviste ai docenti di T.U. – Luigi Gatti

Care socie e soci,

a causa dell’emergenza sanitaria anche i rapporti con i nostri docenti si sono fatti più rarefatti e distanziati, ma non meno speciali.
Per questo motivo abbiamo deciso di proporvi qualche intervista con i nostri docenti in occasione della pubblicazione dei loro libri o per conoscere qualche dettaglio in più del loro percorso personale.

Continuiamo, dunque, con Luigi Gatti

Luigi Gattidopo una vita lavorativa passata tra Italia, Spagna e Giappone, ha iniziato a insegnare lingua e cultura giapponese nella sua città, Bergamo. Appassionato di viaggi a piedi, ha percorso le Vie per Santiago nelle varianti francese, primitivo, portoghese e della Costa, e il Cammino di Shikoku, in Giappone, a cui è dedicato il libro “Il cammino del Giappone. Shikoku e gli 88 templi”, edito da Mursia nel 2017.

Partiamo dalla sua biografia: quando e come è nata la sua passione per il Giappone?

Camminare è una mia grande passione e durante un cammino di Santiago ho conosciuto prima un ragazzo e poi una ragazza giapponesi e sono stato subito affascinato dalla loro visione del mondo, così diversa da quella a cui siamo abituati noi. La ragazza mi chiese: “Perché ti chiami Luigi?” e io non sapevo bene cosa rispondere se non che mio nonno aveva lo stesso nome. Lei si chiama Aki e parlando del suo nome e degli ideogrammi che lo compongono, mi ha spiegato come in Giappone i genitori scelgono un suono a cui corrispondono diversi ideogrammi e in base all’ideogramma scelto il suono acquisisce un significato diverso. Quindi per il suono “A” (di Aki) i genitori avevano scelto l’ideogramma “Asia”, mentre per il suono “Ki” avevano scelto l’ideogramma “Principessa”. Aki significa, scritto in quel particolare modo, “Principessa d’Asia”. Anche solo da questo dettaglio del nome mi si è spalancato davanti un universo che ho voluto assolutamente iniziare a esplorare.

Ha lavorato 5 anni per un’azienda giapponese: che cosa l’ha sorpresa di più dal punto di vista relazionale?

La cosa che mi ha sempre colpito è la differenza tra un giapponese che lavora e un giapponese in pausa. Molto spesso ho notato un cambiamento radicale nel modo di atteggiarsi non appena si cambiava il contesto. Per dire: durante l’orario lavorativo un collega mi dà del “Lei” e fuori dal lavoro mi dà del “tu” cambiando anche radicalmente la sua predisposizione nei miei confronti. Questa sorta di “bipolarità” si verifica in generale in tutti i contesti di vita perché è come se per ogni situazione ci fossero delle norme sociali ben precise a cui il giapponese si adegua pedissequamente. La mia ragazza e il mio migliore amico di allora con me si comportavano in un modo, ma quando li ho fatti conoscere tra di loro hanno assunto delle “pose” e degli atteggiamenti che non avevo mai riscontrato in nessuno dei due. C’è un’espressione in giapponese che racchiude bene questo doppio: Honne e Tatemae (Honne: vero suono; Tatemae: la facciata). Diciamo che ho cercato a lungo un codice interpretativo e di accesso per riuscire a sintonizzarmi sulla stessa lunghezza d’onda, ma è davvero difficile anche perché poi ci sono differenze significative tra il giapponese che vive in città e quello che vive in campagna, per non parlare di quelli che definisco i “diversamente giapponesi” ovvero coloro che hanno vissuto o studiato fuori dal Giappone e che sono quindi più predisposti al dialogo e all’apertura.

Cosa l’ha colpita in senso positivo e cosa in senso negativo della cultura giapponese?

Ciò che più mi manca è il senso civico e la pulizia. Il fatto di sentirsi al sicuro, non perché ci sia l’esercito a ogni angolo della strada, tutt’altro: i livelli di delinquenza in Giappone sono bassissimi e in generale la popolazione è molto rispettosa dell’altro. Sia che mi trovassi in campagna o in città sia che fosse giorno o notte, non ho mai temuto per la mia incolumità. Ciò che invece rimane qualcosa di poco digeribile penso possa essere riassunto in un episodio: ero la guida di un gruppo di milanesi e una volta arrivati in albergo un signore mi aveva chiesto la cortesia di domandare alla reception la sua password per la camera. Ebbene, il receptionist non me l’ha voluta dare. Il signore allora è andato a prenderla per conto suo e poi ha mostrato al receptionist che l’affidava a me. Lui ovviamente non ha fatto una piega, ma il signore milanese gli ha detto “E voi volevate vincere la guerra con gli americani?”. Questo è solo uno degli episodi di rigida burocrazia e formalismo estremo con i quali quotidianamente ci si scontra in Giappone. Un’altra volta dovevo cambiare valuta prima di una partenza e l’impiegato mi ha chiesto i dati dell’albergo dove soggiornavo. Io, però, ero in partenza quindi non avevo nessuna camera prenotata e nonostante glielo spiegassi, lui si limitava a richiedermi gli stessi dati. Finché mi sono rassegnato a dirgli il nome di un albergo a caso e il numero di una camera altrettanto fortuito e l’impiegato soddisfatto li ha annotati e mi ha permesso di fare l’operazione richiesta, consapevole che mi stavo inventando tutto.

Nel nostro immaginario il Giappone è un Paese con grandi paradossi, primo fra tutti: la cultura e le tradizioni millenarie e lo sviluppo tecnologico/capitalistico delle grandi città. Come si coniugano questi due aspetti così contrastanti?

La prima cosa che mi viene in mente per rispondere a questa domanda è una città: Kyoto. È una metropoli immersa nella natura con più di 1600 templi sparsi qua e là. Ti sembra di essere sospeso tra un passato più o meno remoto e un futuro più o meno prossimo. Nella cultura giapponese è sempre stata una priorità la capacità di adattare e migliorare tradizioni e componenti di altre civiltà, prima fra tutte quella cinese da cui hanno preso, per dire, la scrittura e la famosa cerimonia del tè. Non si tratta di una mera imitazione però, i giapponesi tendono a prendere ciò che c’è di buono nelle altre culture e mescolarlo con le proprie usanze per arrivare a un’armonia finale. La questione dell’armonia formale è un caposaldo della cultura giapponese e si esplicita anche nella continua ricerca di coniugare il vecchio e il nuovo, la tradizione millenaria e lo sviluppo tecnologico.

Il Covid-19 ci ha portato a riflettere (finalmente) sul nostro rapporto con la natura e lo sfruttamento eccessivo delle sue risorse. In questo senso ci spiega in sintesi in cosa consiste la filosofia giapponese che sta dietro al termine Shinrin-yoku o Forest Bath che sta cominciando a prendere piede anche qui in Occidente?

Il concetto di Shinrin-yoku o “Bagno di Foresta” implica l’immersione nella natura, il portare la natura nel quotidiano e una filosofia del genere non poteva che nascere in Giappone dove l’attenzione per ciò che ci circonda è massima. Trent’anni fa si sono chiesti perché facesse stare bene camminare nella natura. Per cercare una risposta si sono ritirati sull’isola di Yakushima e hanno creato questa terapia forestale.  Adesso in Giappone sono circa 68 le basi forestali e i medici spesso al posto degli psicofarmaci prescrivono alcuni giorni di terapia forestale sovvenzionata dallo stato, come i nostri bagni di fango di una volta. Coerentemente con il concetto di biofilia loro sono arrivati a questa conclusione: l’essere umano si è trasformato in essere urbano in un tempo molto breve rispetto alla storia dell’essere umano. Ci siamo repentinamente allontanati da quel contatto ancestrale con la natura e per la filosofia giapponese questo distacco è alla base di molte delle malattie moderne. Quante ore passiamo davanti a uno schermo e quante nella natura durante la nostra vita? Quindi questa terapia tende a risvegliare i sensi in modo naturale: per una passeggiata di quattro chilometri magari ci si impiegano cinque ore e a noi un’assurdità. Però in quelle cinque ore si è preso il tempo di assaporare i dettagli, fare esercizi di radicamento, respiro e altre pratiche che favoriscono il contatto con la natura.

Nei suoi studi ha approfondito anche il discorso sulla lingua giapponese che meriterebbe un capitolo a parte. Gli ideogrammi affascinano: il gesto del pennello, la bellezza di quei segni neri a noi indecifrabili, il senso che ognuno dei segni racchiude. In che modo questa lingua influisce sul modo stesso di “stare al mondo” dei giapponesi?

Nei miei corsi online sulla lingua giapponese vedo che gli studenti sono quasi subito affascinati perché in effetti bastano poche regole per iniziare a capire subito qualcosa della profondità nascosta negli ideogrammi. E lo studio di una lingua così non è solo fine a se stesso ma è proprio un esercizio mentale di apertura, una vera ginnastica per la mente che comincia a fare percorsi inusuali e a uscire dalle strutture linguistiche predefinite a cui siamo abituati. Per esempio il termine “kotoba” in giapponese significa “parola” ed è composto da “koto” = dire e “ba” = foglia. “trasformare il tuo dire in una foglia”. Il linguaggio viene quindi paragonato a una pianta a cui ogni giorno si aggiunge una foglia, una parola, per arricchirlo. La metafora della natura è sempre molto presente e il linguaggio è parte integrante dello stare al mondo del giapponese, basterebbe vederli scrivere gli ideogrammi per capire che l’automatismo che c’è dietro deriva proprio da una precisa visione del mondo, estremamente diversa dalla nostra.

In questo periodo di restrizioni, di introspezione forzata che cosa può insegnarci la cultura Giapponese?

Anche in questo caso le parole ci vengono in soccorso. Mi viene in mente il concetto di attesa: “matsu”, nel cui ideogramma è celato il movimento, nel senso che proprio graficamente viene rappresentata una strada in movimento. L’attesa quindi non è mai considerata vana, è un momento per prepararsi all’azione. Se non ci fosse il vuoto dell’attesa non potrebbe esserci il pieno dell’azione.

Ha in programma di tornare in Giappone non appena si potrà?

Eh direi di sì! Avevo sette viaggi programmati per il 2020 che sono saltati tutti. Mi manca la scoperta continua che c’è e il mettere in pratica ciò che ho programmato. Uno dei miei lavori è quello di travel designer quindi organizzare viaggi a seconda della committenza.  Preparare un viaggio per me è come scrivere un libro per il tipo di studio e ricerca che svolgo, quindi poi è molto bello poter realizzare quanto a lungo progettato.

Che cosa consiglia di visitare a chi non ha mai messo piede in Giappone per prima cosa?

Amo chiamare il Giappone “pianeta stupefacente” perché per me è proprio così. Ha una superficie molto estesa ed è un paese con differenze enormi quindi veramente si può esplorare senza mai stancarsi. Direi comunque di partire con la città di Kyoto per l’incredibile commistione di tradizione, tecnologia e natura che si trova e lascia veramente affascinati. Poi sicuramente anche Osaka, la così detta Tokyo dell’Ovest. Il periodo in cui andare dipende molto dal tipo di esperienza che si vuole fare: meno consigliata è l’estate perché è in generale afosa e calda e direi la classica primavera per il fenomeno dei ciliegi in fiore ma anche l’autunno per il meraviglioso “foliage” degli alberi d’acero.

Un augurio e un consiglio ai soci di Terza Università per questo 2021

Anche in questo caso parto da un’alta parola importante in Giappone che è “dojo” (“do”=viaggio; “jo”=luogo), un luogo che diventa viaggio e un viaggio che diventa luogo. Sfruttare, insomma, questo momento particolare per trasformare il tuo luogo in un viaggio, sia esso un momento di apprendimento, un cammino di crescita personale o un percorso spirituale. Leggere, frequentare corsi online di argomenti che ci hanno sempre interessato ma non abbiamo mai trovato il tempo per approfondire, fare passeggiate, riscoprire l’essenziale. A proposito di letture se il Giappone e la pratica del cammino vi affascina, ricordo il mio libro “Il cammino del Giappone. Shikoku e gli 88 templi” uscito nel 2017 per Ugo Mursia Editore che per i soci di Terza Università posso personalizzare con ideogramma dedicato e spedire a domicilio.

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