Intervista ai docenti di T.U. – Rosa Chiumeo

Nella sua vita da insegnante qual è la lezione più importante che sente di aver appreso?

Io mi sono divertita per quarantadue anni e spero che anche i miei allievi abbiano un bel ricordo di me, se no sarebbe tragico. Il dare e l’avere nel rapporto insegnante alunno secondo me ha bisogno di feeling: se fai una battuta la apprezzano, se ti arrabbi capiscono le tue motivazioni. È stato bello insegnare, è stato un vero piacere.

Il suo lavoro le ha permesso di conoscere diverse generazioni di giovani: come ha letto, nel tempo, l’interesse dei ragazzi verso un percorso artistico e come le sembra che siano cambiati i ragazzi nel corso di questi quarantadue anni di onorato insegnamento?

Io ho giocato a mani basse, ho insegnato al liceo artistico Storia dell’arte e meglio di così non poteva andare. Si tratta di una materia di indirizzo che suscita una grande passione tra gli studenti, primo perché vengono ragazzi motivati, secondo perché moltissime delle altre discipline hanno un taglio artistico forte, sia teorico che pratico, e quindi la Storia dell’arte non solo è gradita ma soddisfa anche quel bisogno di approfondimento estetico che quei ragazzi hanno già spontaneamente. Io durante le gite ero emozionata per la partecipazione e il coinvolgimento dei ragazzi. Mi capita di incontrare ex studenti oggi sessantenni che ricordano con nostalgia quei tempi felici. È anche merito dell’ambiente del liceo artistico questa passione intramontabile.

Ci parli dell’esperienza di “Lavorodopo” (associazione culturale nata nel 2004): come è nata e a che punto è oggi
La mia esperienza è nata grazie a Dario, mio marito, (ndr. Il docente di T.u. Dario Franchi) che ci lavorava. L’associazione cercava proposte, io ho inviato le mie e abbiamo cominciato a collaborare proprio mentre Terza Università stava decollando. Mi è piaciuta come esperienza: c’è un’utenza motivata da un sincero interesse. Un bel pubblico quello della Terza Università, vivace e partecipe. Una volta che questo periodo di emergenza sanitaria sarà superato, ho già altri progettini nel cassetto da portare avanti. Credo che il rapporto diretto sia fondamentale, come per la scuola. Quando vedo glii studenti coi banchetti per strada, davanti ai propri licei, sono completamente dalla loro parte. La scuola è fatta di rapporti personali. Quanto sono importanti i compagni di classe per un adolescente? Imporre questa modalità virtuale a lungo andare mi sembra una mancanza di attenzione, un’indifferenza colpevole.

Lei è una grande esperta e appassionata di tutta la storia dell’arte. Oggi però vuole offrire ai soci di Terza università la possibilità di riflettere su un tema che le è particolarmente caro: il nudo classico nell’arte greca. Ce ne parli

Il nudo entra nell’arte con una scelta che è estetica ma anche etica. I Greci sono i primi che propongono dei nudi che ritraggono cittadini o giovani atleti, non faraoni con le insegne del potere. Questi giovani nudi spesso sono degli atleti e rappresentano un ideale di umanità altissimo. I Greci usavano l’espressione καλὸς καὶ ἀγαθός, (kalòs kai agathòs) che vuol dire “bello e moralmente alto”. Quindi quelli rappresentati sono i cittadini ideali, di cui parla anche Platone, quelli che sanno cosa devono fare, giudicano con consapevolezza etica e naturalmente sono bellissimi nel corpo, perché il corpo è la sede di una perfetta armonia. Per esempio, il Poséidon di Capo Artemisio

è un nudo in bronzo, uno dei pochi originali. Poseidone sarebbe colto nel momento in cui lancia il tridente o, secondo alcuni si tratta di Zeus, che quindi lancia fulmini in una posizione straordinariamente atletica, dunque l’atleta è un modello anche per la rappresentazione degli dei. In questo caso il dio è così bello da fare invidia, tratto tipico degli dèi nell’arte greca. Sono belli nel corpo e hanno poteri straordinari, ma soprattutto hanno qualcosa che gli uomini invidiano senza speranza: l’immortalità.

Vi mostro anche altre due immagini, il Discobolo di Mirone e il Doriforo di Policleto, quest’ultimo autore di un canone che purtroppo non abbiamo più, anche se sappiamo di cosa si trattava. Vi erano state individuate le proporzioni armoniche del corpo: la testa che deve essere un settimo del resto del corpo, il polso che deve essere la metà del collo, la sezione aurea ecc.

L’artista crea un modello dove questi rapporti geometrici sono realizzati alla perfezione, eppure non c’è mai forzatura e rigidità, è tutto naturale. Uno guarda queste due sculture notandone i dettagli tecnici, ma innanzi tutto vede un corpo armonioso. Nell’arte classica naturalezza e perfezione coincidono.

Mi sono permessa di mostrarvi anche delle opere contemporanee che fanno riferimento alla classicità con dolore.

Per esempio Claudio Parmiggiani propone una testa di un vivido giallo con gli occhi bendati. È qualcuno che ha subito una tortura, è stato decapitato, metafora di un’arte classica che ha subito tutte queste violenze. Non è più attuale, non è più vivente eppure possiamo ancora guardarla nella sua bellezza solo in modo dolente, nostalgico. Lo stesso vale per il volto sfigurato di Mimmo Jodice: l’arte antica si presenta a noi danneggiata non solo da un punto di vista archeologico, ma anche nella nostra rappresentazione. L’ideale di bellezza è un ideale ferito.

Per non parlare dell’ultima immagine che mi fa piacere mostrarvi: lo scultore è polacco e si chiama Igor Mitoraj. Qui c’è questa grande testa e frammenti di sculture che sono collocate magnificamente a Pompei.

Lo scultore guarda l’antico con grandissimo amore, ma non fa quasi mai opere complete, solo frammenti. Questa testa appoggiata bellissima suscita in noi il rimpianto di un mondo perduto. Da notare anche il diverso ordine di grandezza: Mitoraj fa opere più grandi o più piccole del naturale come a suggerire che l’arte classica è una presenza forte per noi ma non reale. Possiamo guardarla e goderne esteticamente e rimpiangere ciò che abbiamo perduto. In realtà questa cultura classica è molto attuale, ma non nella banalità di un recupero neoclassico (questo mondo è bello e vogliamo essere come loro) ma nel senso di “questo mondo è bellissimo e non è più”. Anche il rimpianto fa parte della nostra cultura.

In letteratura non si è mai spento l’acceso dibattito sul ruolo dello scrittore o poeta: la tendenza attuale è quella di scrivere romanzi e poesie molto intimiste, che guardano all’interiorità di chi scrive. A questa corrente preponderante viene contestato di non essere abbastanza “politica” di non volgersi abbastanza al mondo contemporaneo per darne una possibile chiave interpretativa o per portare alla luce problematiche sociali, economiche e via dicendo.

Questo discorso può valere anche per l’arte contemporanea? (alcuni la giudicano troppo incomprensibile, troppo ermetica per essere compresa, troppo poco “politica”)

L’arte si muove con una disperazione e con una libertà che la caratterizzano fortemente. Nell’arte contemporanea ci troviamo di tutto, ci troviamo anche la politica. Nel 2017 sono andata alla Documenta di Kassel (ndr. una delle più importanti manifestazioni internazionali di arte contemporanea a cadenza quinquennale) che ha la presunzione, a volte fondata, di cogliere le principali tendenze artistiche più di altre manifestazioni, come la Biennale di Venezia. Talvolta ho, in effetti, ritrovato tendenze artistiche quasi “profetiche”. Per esempio una buona parte di Documenta nel 2017 aveva un taglio politico importante: quello delle grandi migrazioni e della condizione urbana, riferimenti a Ulisse e al suo navigare. Da dopo la Seconda Guerra Mondiale l’arte ha un linguaggio globale e i paesi così detti del Terzo Mondo nelle mostre internazionali sono molto presenti, e portano la propria cultura. Già questo è un fatto implicitamente politico. Non sempre si tratta di dichiarazioni terzomondiste o di lotta, ma ci si accorge che occorre misurarsi con culture radicalmente diverse dalle nostre. L’arte europea tende ad avere una carica intellettuale, quindi si diversifica dalla cultura dell’America latina e dell’Africa per esempio. La Cina poi ha mezzi che altri paesi non si sognano neanche e quindi riempie le mostre internazionali con una produzione stupefacente. Vorrei consigliare a quelli che si avvicinano all’arte contemporanea di non pretendere di utilizzare la logica e il buon senso perché sono chiavi di lettura che non funzionano. Piuttosto preferiamo le categorie del “mi piace” “non mi piace”. Non si deve amare tutto, se invece un’opera intriga, lasciamoci prendere. L’arte contemporanea si nutre sia di intellettualismo sofisticato sia di una semplicità di approccio disarmante. Poi a volte ci sono componenti di disperazione, di annullamento. È una varietà infinita, ma non apolitica. Quanto all’incomprensibilità: mah, quanto della realtà che viviamo crediamo che sia comprensibile, certo se guardiamo la pubblicità e le immagini che in genere ci vengono proposte sono tutte molto comprensibili e direi abbrutenti. Forse, allora, è meglio soffrire davanti all’arte che non si capisce.

Cosa resta dell’arte all’epoca di Netflix (il dibattito su arte e cinema sembra ormai superato per via del fatto che anche il cinema sta attraversando una profonda crisi)

Questa domanda, in realtà, si poteva fare anche 150 anni fa quando è nata la fotografia perché ciò ha veramente messo in crisi la pittura, piegandola in ginocchio, costringendola a cercare altre strade: è stata la fotografia, che faceva a prezzo bassissimo, con una fedeltà assoluta dell’immagine originale, quello che la pittura aveva fatto fino a quel momento con una totale egemonia. E tuttavia la pittura ha trovato altre strade: per esempio quella di rappresentare quello che la fotografia non poteva cogliere, il mondo dell’indicibile e dell’invisibile, il mondo interiore dell’artista, il paesaggio deformato dallo stato d’animo dell’artista. Tuttavia la fotografia come il cinema, come Netflix possono essere arte! Io ho visto delle serie tv che sono delle vere opere d’arte. Prevalentemente sono gli inglesi quelli che le sanno fare meglio. La crisi è uno stato permanente. Però la vedo come una crisi vitale, non come un danno e una perdita. Uno stimolo continuo a proporre ciò che né la pubblicità né il mondo della speculazione sono in grado di proporre. In realtà c’è arte dappertutto. 

“La bellezza salverà il mondo” scriveva Dostoevskij, in una delle citazioni più abusate della storia. Tuttavia in che modo secondo lei, se è possibile, l’arte può diventare antidoto alla solitudine e alla sofferenza, specialmente in un periodo di fragilità strutturale come questo?

Questa frase viene veramente citata a proposito e a sproposito da tutti, tant’è vero che c’è un dibattito su quello che voleva dire veramente Dostoevskij: molti insistono nel ritenere che questa “bellezza” di cui parla avesse una valenza più etica che estetica.  Indipendentemente da questo, sono tante le cose che possono salvare il mondo: la moralità, l’etica, l’altruismo, la generosità. La bellezza ha il suo ruolo, ma non è prioritaria secondo me. Chi ha esigenze estetiche probabilmente vive meglio, ma può anche essere vero il contrario perché, di fatto, vive peggio in un mondo volgare.  Certo poi c’è l’arte terapia che sappiamo ormai essere molto funzionale ed efficace a volte, ma non generalizzerei. Per esempio le mie figlie, che sono stati bombardate di Storia dell’arte da me e mio marito, hanno scelto percorsi totalmente diversi, sono state le nostre “vittime”, come dicono loro.  Sicuramente un’educazione estetica è importante, ingentilisce l’animo forse rende anche più felici, chissà. Credo comunque più nel valore dell’approfondimento culturale.

Un augurio e un consiglio ai soci di Terza Università per questo 2021

Abbiate cura di voi! Tenetevi in buona salute: riprenderemo sicuramente.

Per ascoltare l’intervista live (con relativi impacci tecnici)

2 pensieri riguardo “Intervista ai docenti di T.U. – Rosa Chiumeo

  • 12/02/2021 in 16:05
    Permalink

    È come un gradito incontro pomeridiano per prendere un te con amiche.
    Augurandoci di ritrovare il resto dei componenti che, Terza Università saprà quanto prima riunire.
    Cordiali saluti
    Lucia Marisa Nespoli

    Rispondi
  • 16/02/2021 in 10:47
    Permalink

    intervista molto interessante e densa, che serve per conoscere l’insegnante più di un curriculum vitae dettagliato. Grazie a Rosa Chiumeo per averci fornito elementi per conoscere lei e il suo modo di divulgare la storia dell’arte

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *